La spiaggia, il lido e gli ombrelloni, fotografati dal mare

La posizione dell’Hotel Villaggio Eurolido, situato esattamente al centro della Calabria, permette in tempi brevi di raggiungere varie località di questa meravigliosa regione, con escursioni di mezza o intera giornata; inoltre, direttamente in Hotel è possibile prenotare la minicrociera alle Isole Eolie, con motonave dal porto di Vibo Valentia e servizio navetta A/R.

 

 

Di seguito alcune escursioni che consigliamo ai nostri clienti:
 

AMANTEA - FIUMEFREDDO BRUZIO

Amantea, animatissimo centro turistico, è di origini antichissime; Tito Livió la identificò con la città di Clempetia, fu sede di un emirato arabo e nel Medioevo fu un un'importante roccaforte bizantino. Nel secolo scorso, poi, fu il centro principale dell'insurrezione della regione contro le truppe francesi. Su un colle sono ancora visibili i resti dell'imponente Castello medievale e nella parte bassa quelli della cinta muraria. Da visitare la chiesa di San Bernardino da Siena con l'annesso convento del XV secolo. La facciata è preceduta da un portico che poggia su pilastri ottagonali e nella parte superiore presenta una decorazione in piastrelle di ceramica. La chiesa di San Biagio mostra una facciata in pietra e contiene alcune opere di un certo interesse.

Fiumefreddo Bruzio, in splendida posizione panoramica, dominata dai resti del Castello seicentesco, cinto da un fossato, degli Alcaron Mendoza. Il paese è di origine medievale e vanta un impianto urbanistico tra i più interessanti e meglio conservati della regione; dell'impianto originario rimane parte dell'antica cinta muraria con porte fortificate e torri di vedetta merlate di ascendenza araba. Vi sono esposti i quadri ed una scultura dell’artista Fiume, che, rimasto affascinato dal paesino, lo ha eletto a sua dimora secondaria.

 

PAOLA, CENTRO STORICO E SANTUARIO DI SAN FRANCESCO

Santuario di San Francesco: noto santo del 1400, fondatore dell’ordine dei Minimi, autore di molti prodigi e santificato da Papa Leone X. Il santuario di San Francesco, sviluppatosi intorno al luogo dove il santo fondò nel 1435 una cappella dedicata a san Francesco d'Assisi. L':interno è a due navate di diversa lunghezza. In quella maggiore sono visibili gli archi e le volte ogivali della costruzione origina- ria e un bell'affresco raffigurante il Taumaturgo. In fondo, si apre la cappella del santo, in forme rinascimentali, datata 1595, che conserva ancora le sue reliquie. A destra del pronao si accede al chiostro quattrocentesco con volte a crociera, e da questo si passa al convento dei Minimi, ricco di numerose opere d'arte, di tele del Sei-Settecento e provvisto di una biblioteca con preziosi manoscritti, pergamene e libri rari. Dal pronao si passa alla zona dei prodigi, sulla destra della basilica, un itinerario nei luoghi dei miracoli compiuti da san Francesco: la Fornace del miracolo, dove il frate fece sorgere dalle fiamme il proprio agnello Martino, la Cucchiarella, una sorgente dove l'acqua mantiene sempre lo stesso livello, il Ponte del diavolo, oltre il quale vi è la Grotta del santo, e il Macigno pendolo, bloccato in bilico da san Francesco mentre stava precipitando.

Centro storico: al centro storico si accede attraverso la Porta di San Francesco, che in alto reca il busto del santo. Giungendo in piazza del Popolo si ammira la chiesa della Madonna di Montevergine con la sua bella facciata barocca. Poco più in alto, la chiesa dell'Addolorata, che si vuole edificata sul luogo dove in precedenza sorgeva la casa natale di san Francesco. Di un certo interesse anche la chiesa di Sant'Agostino, con un portale ogivale in pietra della fine del Quattrocento, e la chiesa della Santissima Annunziata, in alto sono ancora visibili i resti del Castello aragonese che domina la cittadina. Il percorso da Corso Garibaldi a Via Valitutti permette di ammirare antichi Palazzi e caratteristici scorci di Paola antica, passando attraverso la piazzetta del Popolo che rappresenta un magnifico quadro di arte e storia con la fontana in pietra arenaria, la Porta del Santo e la Torre dell'Orologio. Particolarmente degno di nota il Palazzo Stillo ed il Palazzo Scorza, entrambi visitabili e con possibilità di degustazione di prodotti tipici.

Dintorni: pochi chilometri a nord di Paola, alcuni metri sotto il livello stradale, si trova la piccola chiesa di Sotterra, anteriore al X secolo e scoperta nel secolo scorso. Nell'abside, alcuni affreschi bizantini raffiguranti la Vergine e i dodici apostoli ritenuti tra più antichi esempi pittorici della Calabria. Pochi chilometri a sud si trova, invece, la “Badia”, un’antica e bellissima Abbazia interamente restaurata e sede di un Museo scientifico.

 

PIZZO CALABRO

La costa degli Dei, nota per la bellezza del suo litorale, comprende la località di Pizzo Calabro, centro peschereccio e balneare, notissimo per il gelato artigianale “Tartufo di Pizzo” e la “Nocciola”, vera delizia del palato.

Il centro storico è molto caratteristico, specialmente la piazzetta con la bellissima terrazza sul mare e sul castello dove fù fucilato Gioacchino Murat e dove ancora si conserva la sua ultima lettera. Poco distante, la chiesetta di Piedigrotta, prospiciente la spiaggia, interamente scavata nel tufo e ricca di statue tufacee proponenti un particolarissimo presepe.

 

LAGO DELL'ANGITOLA

L' Oasi WWF del Lago dell'Angitola rappresenta una zona umida di importanza internazionale, tappa fondamentale di un' importante rotta migratoria di uccelli.
L'area si estende per circa 875 ettari e comprende un lago artificiale sul fiume Angitola che offre un rifugio sicuro a molte specie di uccelli. Nonostante le minacce agli ambienti naturali, in questo territorio è nata un’Oasi WWF dove l’alternanza di paesaggi crea una ricchezza di biodiversità unica. Anatre e Folaghe, insieme ai Cormorani, svernano regolarmente nell’invaso. Tra le prime ricordiamo il Germano reale, l’Alzavola, il Fischione, il Moriglione. Durante i periodi della migrazione si possono osservare diverse specie di Aironi (da quello cenerino, più comune, alla Garzetta, al più raro Airone bianco maggiore), diversi limicoli (come il Cavaliere d’Italia) e, tra i rapaci, il Falco pescatore. Lo Svasso maggiore, nidificante e stazionario, è il simbolo dell’oasi.

 

COSENZA

Città di origine bruzia, sorge nella valle del Crati, alla confluenza dei due fiumi, Crati e Busento, dove, Secondo la leggenda, sarebbe morto il re dei Visigoti Alarico. Cosenza divenne così il luogo della mitica sepoltura del re dei Visigoti e dei suoi tesori, frutto di razzie perpetrate a Roma e in tutta la penisola, anche se le ricerche effettuate non hanno portato alla luce nessuna traccia della tomba di Alarico.

Cosenza vanta uno dei centri storici più interessanti di tutto il sud Italia, con una notevole concentrazione di edifici monumentali, numerosi palazzi padronali, chiese, conventi, case fortezze, slarghi e piazze, partendo dall’alto del colle Pancrazio, dove si trovano il Castello normanno e la villa e da dove parte l’antico corso Telesio, costeggiando il Crati. Da vedere: l’antichissima Cattedrale del V sec. con l’immagine della Madonna del Pilerio, protettrice della città, il sepolcro di Isabella di Aragona, il sarcofago di Meleagro ed Atalanta, la Croce Reliquiario donata da Federico II all’atto della consacrazione della Cattedrale, il Convento e la Chiesa di S. Francesco, S. Domenico, i numerosi Palazzi signorili.

 

LOCRI

Locri è un comune della provincia di Reggio Calabria noto fino al 1934 come Gerace Marina: l'attuale nome deriva dall'antica Locri Epizefiri, colonia magnogreca i cui scavi si trovano nel comune di Portigliola, alcuni chilometri a sud dall'odierno centro abitato. A seguito delle scorrerie saracene, il sito fu progressivamente abbandonato, trasferendosi gli abitanti verso le più sicure colline dell'entroterra, ove sorse Gerace. Nel XIX secolo, col ritorno della popolazione verso le zone costiere e grazie anche all'avvento della ferrovie, si sviluppò l'abitato di Gerace Marina, frazione che acquistò sempre maggior importanza e divenne comune autonomo nel 1905, assumendo poi, nel 1934, il nome di Locri.

Locri Epizefiri fu l'ultima delle colonie greche fondate sul territorio calabrese; i coloni, provenienti dalla Locride, giunti all'inizio del VII secolo a.C., si stabilirono inizialmente presso Capo Zefirio, oggi Capo Bruzzano, e solo più tardi si insediarono pochi chilometri a nord della città storica conservando però l'appellativo di Epizephyrioi, che significa appunto “attorno a Zephyrio”. Locri Epizefiri fu nell'antichità famosa per la particolare usanza della discendenza valida solo per linea materna e per essere stata la prima città, nel 660 a.C., a dotarsi di un codice di leggi scritte, attribuito al mitico legislatore Zaleuco, che per ogni delitto prescriveva pene specifiche superando così la discrezionalità nelle sentenze dei giudici, spesso fonte di discordie sociali.

Chiese, monumenti, zone da visitare

La zona archeologica dell'antica Locri Epizefiri si estende nel territorio pianeggiante compreso tra la fiumara Portigliola, la fiumara Gerace, le basse colline di Castellace, Abbadessa e Manella, e il mare; il fatto che tale area si trovi a distanza dagli odierni centri abitati ha preservato quasi integralmente la città antica, anche se esclusivamente per quanto riguarda le tracce: nel corso dei secoli infatti ne sono state usate le pietre per edificare nuove case nei dintorni. L'ingresso alla zona degli scavi è costituito dal Museo archeologico in cui sono custoditi i ritrovamenti preellenici, ellenici e romani provenienti dall'entroterra; il percorso, che ospita i reperti più recenti (quelli relativi agli scavi dei primi decenni del secolo scorso, curati da Paolo Orsi, sono confluiti al Museo Nazionale di Reggio Calabria), è suddiviso in piccole sale, in cui, per via della separazione netta delle città greche fra abitato ed “aree sacre”, il criterio tematico combacia con quello topografico. Si inizia dalle necropoli e dall’eccezionale quantità di corredi tombali restituiti; poi i maggiori templi, e le sale dedicate all’abitato in contrada Centocamere, che ricostruiscono gli aspetti fondamentali della vita della colonia, con una grande attenzione anche alla semplice quotidianità: vi sono anche ricostruzioni di un telaio e di un focolare domestico. Notevole la quantità di materiale prodotto proprio a Locri: oltre agli oggetti votivi in terracotta, la colonia era famosa soprattutto per gli specchi in bronzo, la cui caratteristica decorativa fondamentale sono figure maschili o femminili come manico, che venivano esportati nella Magna Grecia ed in Sicilia.

L’ultima sala, raggiungibile attraverso una breve scala, è relativa invece ai reperti pre-ellenici, che testimoniano come, ancor prima della colonizzazione, tutta la zona fosse abitata da culture autoctone socialmente evolute.

Alle spalle del museo giacciono i resti del Tempio di Marasà, uno dei pochi esempi di tempio ionico dell'Italia meridionale, di fronte al quale sono affiorati i resti di un tratto di mura in blocchi megalitici con il basamento della torre di Paparizza. Il tempio di Marasà fu realizzato da architetti e maestranze siracusane operanti a Locri Epizefiri nel 470 a.C. su iniziativa del tiranno Ierone di Siracusa (alleato e protettore dei locresi); da notare che sul sito vi era un preesistente tempio, che fu raso al suolo per poter innalzare quello nuovo. Il tempio è stato poi distrutto nel XIX secolo ed i ruderi mostrano oggi un solo rostro di colonna. Imboccato l’ampio rettifilo che conduce al dromo, l'antica via costiera pedecollinare, e di qui un sentiero, si giunge al Teatro: per realizzarlo, i locresi sfruttarono una concavità naturale ai piedi del pianoro Fusemi, scavando e tagliando i gradini nell'arenaria tenerissima; la prima fase del teatro risale alla metà del IV sec. a.C.; il teatro conteneva fino a 4500 spettatori; la gradinata era divisa in sette cunei (kerkìdes) mediante 6 scalette (klimakes), mentre una partizione orizzontale (diazoma) separava le gradinate più alte (epitheatron), oggi rovinate, da quelle inferiori. A breve distanza verso nord-est una teca cilindrica monolitica, scoperta nel 1959, ha restituito un prezioso corpus di 39 tavolette di bronzo. Poco oltre, la casa Marafioti sorge sui resti, ricoperti, del basamento del Tempio di Zeus. Nella località Quote San Francesco, più vicina alla torre dei Corvi o di Gerace, eretta al tempo delle incursioni saracene e di forma circolare, sono stati scavati avanzi edilizi di età romana fra cui i ruderi di thermae. Di qui, procedendo per le strade campestri dell'Imperatore e di Caruso, si arriva alla località Mannella, dove scopriamo il Santuario di Persefone, della seconda metà del V secolo a.C.: qui sono stati rinvenuti i resti di un'edicola tesauraria con favissa centrale quadrata, al cui interno è stato possibile recuperare un gran numero di terracotte votive e un stupendo corpus di pinakes (tavolette votive in terracotta decorate a rilievo) con 176 soggetti diversi, unico al mondo nel suo genere. Il celebre Santuario di Persefone di contrada Mannella è stato definito da Diodoro Siculo come "il più famoso tra i santuari dell'Italia meridionale". Non è ancora stato compreso quale culto si praticasse in questo santuario, ma sembra siano le divinità dell'oltretomba come appunto Persephone. Le ricchezze del Persephoneion locrese furono depredate da Dionisio II (360 a.C.), Pirro (276 a.C.) e dal comandante romano Pleminio luogotenente di Scipione dopo la cacciata da Locri Epizefiri durante la seconda guerra punica (205 a.C.)


 Gerace

Gerace è un piccolo borgo medievale della provincia di Reggio Calabria inserito all'interno del Parco Nazionale dell'Aspromonte; costruita nel VII-VIII sec. dagli abitanti dell’antica polis magnogreca di Locri Epizephiri, che cercavano un rifugio contro le incursioni dei saraceni, deve il suo nome forse proprio al sito scelto:jerà akis, "vetta sacra", o, secondo altri, Aghia (Santa)Ciriaca, nome utilizzato dai Bizantini per indicare la rupe.

La Città era circondata anticamente da solide mura turrite, di cui restano tuttora tracce, che ne delimitavano l’accesso, chiudendola in una sorta di fortezza alla quale si accedeva tramite delle porte. Gli spazi che si aprivano erano destinati a varie funzioni: piazza del Tocco rappresentante la Curia Civilis, antica sede del Parlamento locale costituito da rappresentanti della nobiltà, della borghesia e dei “mastri”; e piazza Tribuna, che anticipa l’ingresso alla cittadella  vescovile, la Curia Episcopalis. Il prospetto principale delle costruzioni nobiliari, che si affaccia di solito sulle arterie principali e sulle piazze della Città, è caratterizzato da maestosi portali in pietra lavorata da scalpellini locali sui quali è inciso lo stemma del casato.


Chiese, monumenti, zone da visitare

Da San Nicola del Cofino, antico ninfeo magno greco trasformato dai monaci basiliani in laura bizantina, si raggiunge piazza delle Tre Chiese: la duecentesca San Francesco, con il grande altare policromo di età barocca, la semplice chiesetta bizantina di San Giovannello, variamente datata al X-XI secolo e l’Oratorio del Sacro Cuore, riedificato dopo il terremoto del 1783. Si giunge quindi a piazza Tribuna, ov’è l’ingresso alla Cattedrale attraverso la cripta; il duomo, costruito dai normanni tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ha sul retro due absidi turrite, rifatte nel XV secolo; nel 1669, sull’abside centrale fu aperto l’accesso alla cripta, e su quest’ingresso, ora occupato da un portale baroccheggiante del 1829, fu costruita una tribunetta perché da lì il vescovo potesse impartire le benedizioni ai suoi fedeli. Il corpo longitudinale della chiesa è diviso in tre navate da due file di archi, sostenuti da venti colonne tutte diverse tra loro, trafugate in epoca normanna dai templi locresi.

Accanto al presbiterio, nel 1431, è stata realizzata dai conti Caracciolo, allora feudatari di Gerace, la Cappella del Santissimo Sacramento, che, rivestita nel XVII secolo di marmi locali, custodisce ancora oggi il tabernacolo donato da Ferdinando Consalvo Cordova, Marchese di Gerace. L’altare maggiore, cesellato in marmi policromi, fu eseguito ad opera dei fratelli Palazzotto da Catania e Antonio Amato da Messina nel 1731, durante l’episcopato di Idelfonso del Tufo. Raggiungibile tanto da una scala interna, quanto dall’ingresso di Piazza tribuna, la Cripta della Cattedrale nasconde un corpo frazionato in vari ambienti, distribuiti intorno ad un sistema di volte sostenute da ventisei colonne tutte diverse.

Un elegante cancello in ferro battuto chiude il Sacello dell’Itria, icona medievale perduta, rivestito da marmi policromi e decorato con finissime ornamentazioni raffiguranti le litanie della Vergine; la statua della Madonna della Stella, recuperata nel 1976 da un’edicola di Prestarona, si trova attualmente sull’altare della Cappella al posto dell’antica icona della Madonna dell’Itria. Nella cripta è ora allestita la sala degli Argenti della Cattedrale: ricchissimo è il busto di S. Veneranda, patrona di Gerace, che custodisce il cranio della martire.

Scendendo per via Zaleuco, si susseguono il Palazzo dell’Abate Elia, oggi Delfino, con le sue bifore catalane, e l’imponente struttura di Palazzo Candida. Prima di arrivare a piazza del Tocco, con una piccola deviazione, si può ammirare il portale dello scultore Lucifero, con la sua particolare simbologia. Tornando a piazza del Tocco, ci si ritrova nel “salotto di Gerace” di fronte ai palazzi di alcune tra le più nobili famiglie della città: Migliaccio, Macrì oggi Zangara, Calceopulo, ed infine palazzo Grimaldi Serra, attualmente sede del Municipio. Scendendo verso la porta del Sole, sulla sinistra non passa indifferente palazzo Trombì, con il particolare di un puttino che calpesta la faccia di un diavolo. Giungendo in piazza della Repubblica, è possibile visitare la Chiesa di Santa Maria del Mastro, antica sede protopapale, fondata nel 1084, dietro la quale c’è palazzo De Balzo, al quale è legata la leggenda di un tesoro nascosto sorvegliato dal fantasma di un moro.

TROPEA

<<La città è bellissima. E' edificata su una roccia che si avanza nel mare. A pochissima distanza, un' altra roccia più piccola forma un isolotto pittoresco; lassù è stato costruito un eremo[...]. Credo che Tropea, con le sue mura, le sue torri in degrado, le sue porte, la sua spiaggia sabbiosa, somigli alle città della Siria. L' aspetto di questa fortezza collocata in mezzo al Mediterraneo ha qualcosa di storico>>.

Così nel giugno del 1812 lo scrittore Astolphe de Custine si rivolgeva alla madre per comunicarle l' incanto di quella scoperta che lo aveva ammaliato, finendo con il rievocare, di fronte ai bellissimi paesaggi dai colori avvolgenti, i dipinti di Poussin e di Lorrain in un inno alla natura pieno di pulsioni romantiche. Tropea, sicuramente la località turistica più nota della Calabria, ha conservato quasi intatto il suo splendore passato intriso di miti e di storia che hanno fatto fantasticare storici ed eruditi. Già, perché il Portus Herculis di Plinio e Strabone -che però si trovava più a ponente dell' odierno porticciolo della cittadina tirrenica- è stato sempre accompagnato da leggende favolose sulla sua origine. E qualcuno vuole che il suo antico nome, Trophea, derivi dai trofei che Scipione l' Africano portò con sé dall' Africa, piuttosto che dal verbo greco trépo, che vuol dire rigirarsi, con riferimento alla forma circolare della rupe su cui sorge la cittadina. Né il rinvenimento nei pressi dell' attuale cimitero di una necropoli paleocristiana e di una villa romana nel suo territorio contribuiscono a chiarire le sue origini, perché le notizie certe sulla città risalgono a quando Belisario durante la guerra contro i Goti, nel 535, la presidiò insieme ad altri centri della regione. Altri elementi certi sono dati dal ritrovamento di due piccoli cimiteri cristiani risalenti al IV secolo e dalla presenza del suo vescovo, Giovanni, al Sinodo di papa Martino I nel 649. I secoli successivi vedono Tropea preda delle scorrerie dei Saraceni, che la sottrassero per tre volte al dominio bizantino, fino alla definitiva conquista normanna. Il turista distratto, pur se attratto dalle bellezze della cittadina, non potrà però cogliere i segni della sua storia che si schiudono come uno scrigno nel suo splendido centro storico di impianto medievale, con viuzze su cui si aprono balconi appanciati spagnoleschi e bei palazzi con portali in pietra tufacea, che restituiscono un' atmosfera piena di fascino e di suggestioni. A cominciare dalla Cattedrale della Madonna di Romania, di origine normanna, eretta durante il passaggio dal rito greco a quello latino, e poi rifatta intorno al 1163, e ancora sottoposta a modifiche nei due secoli successivi, quando fu allungata l' abside e le pareti vennero ricoperte di intonaco nascondendo la decorazioni policrome. Ulteriori rimaneggiamenti furono apportati in seguito ai danni subiti dall' edificio dai terremoti, in particolare quello del 1783.I restauri eseguiti nel 1926-29 portarono all' eliminazione del transetto e restituirono il monumento alle sue forme originarie.La facciata presenta un portale ogivale a falso protiro sormontato da un oculo cinquecentesco, affiancato, a sinistra, da un portale minore. In alto, in una nicchia, è collocata una statua raffigurante la Madonna col Bambino, del secolo XVIII. Il lato destro della facciata è caratterizzato da un porticato seicentesco ad archi acuti che collega il Duomo al Palazzo vescovile, nel quale trovano posto diverse statue marmoree del XVI secolo provenienti dalla soppressa Chiesa di Santa Chiara, insieme al bacolo d' argento che la tradione popolare vuole sia stato donato da Ruggiero il Normanno nell' XI secolo al vescovo di Tropea, ma che gli studiosi invece ritengono opera di scuola napoletana del Quattrocento.L' interno è a tre navate diviso da pilastri ottogonali sormontati da arcate ogivali. Diverse le opere d' arte degne di attenzione, a cominciare dal Crocifisso, noto come il Crocifisso Nero, scolpito in legno scurissimo, da cui il nome, opera cinquecentesca, di incerta provenienza, forse toscana, esposta nella cappella della famiglia Galluppi, e la Madonna del Popolo con Bambino e Angioletti, statua in marmo scolpita a tutto tondo, opera tardo-rinascimentale di Angelo da Montorsoli (1555); nell' abside sinistro, poi, un ciborio marmoreo del vescovo Pietro Balbo, del secolo XV, su cui è collocata la Madonna della Libertà, statua marmorea di scuola siciliana di inizi Seicento, così chiamata perché ex voto della popolazione tropeana per la rescissione nel 1613 della vendita della cittadina da parte di Filippo III di Spagna al principe Ruffo di Scilla. Ma l' opera a cui si indirizza la devozione popolare è la Madonna di Romania, patrona di Tropea, un dipinto su tavola bizantineggiante e databile al 1330 circa, collocata al centro dell' abside maggiore.

L' appellativo è dovuto alla leggenda che vorrebbe il dipinto proveniente dall'Oriente e probabilmente dalla Romania nell' VIII secolo, portata da monaci basiliani che approdarono fortunosamente sulla spiaggia di Tropea, dove fu accolta festosamente dal vescovo e dalla popolazione e trasportata nella Cattedrale. Anche il vescovo Taccone-Gallucci nelle sue Memorie di Storia Calabra ritiene l' icona importata dall' Oriente nel 787. Altre fonti locali fanno risalire l' origine del culto al terremoto del 27 marzo1638. Mentre si svolgeva una processione di penitenza voluta dal vescovo, ed allo stesso chiesta dalla Madonna al quale apparve in sogno, si avvertì un tremendo terremoto, che provocò gravi distruzioni e morti in tutta la Calabria. Tropea, invece, non subì alcun danno. Dopo tale data, la Madonna, la cui icona si conservava in un altare secondario della Cattedrale, fu proclamata patrona della città trovando così posto sull' altare maggiore. La Vergine è stata incoronata con decreto del Capitolo Vaticano del 9 settembre 1887, giorno in cui si celebra la festa. La bella icona, su fondo oro, non ricalca il modello delle tipiche Odigitrie bizantine, ma mostra tratti marcati e dettagli particolareggiati e <<occhi grandiosi con le pupille volte all' osservatore dolcemente>>, come notava Alfonso Frangipane, che la riteneva opera del XII-XIII secolo.

Ma altri edifici sacri meritano attenzione, come la Chiesa dei Liguorini, già dei Gesuiti, di fondazione rinascimentale ma rifatta in forme barocche, con all' interno la bella pala settecentesca posta sull' altare maggiore raffigurante la Circoncisione, opera dovuta forse al pittore cilentino Paolo De Matteis (1662-1728), e la Chiesa di San Demetrio, a navata unica, costruita nel 1295 e rifatta nel 1661. Presenta un portale litico a sesto ogivale sormontato da un bozzetto a rilievo con animali, fiori e uno stemma angioino. L' interno, a conci lapidei, conserva numerose tracce di affreschi trecenteschi.

L' altro monumento che è un po' il simbolo di Tropea è il Santuario di Santa Maria dell' Isola, che sorge sulla rupe emergente dal mare unita alla terraferma da una striscia di terra da oltre due secoli. E' un santuario benedettino di origine tardo-medievale, modificato in epoca rinascimentale in basilica latina a sviluppo longitudinale a tre navate, che ha subito in periodi più tardi ulteriori rifacimenti e modifiche. La facciata è stata ricostruita dopo il terremoto del 1905.
Anche alla base di questo culto vi è una leggenda, che narra di una nave giunta a Tropea nel periodo della persecuzione iconoclasta e che abbandonò sulla spiaggia la statua della Vergine.

Non sapendo dove collocarla, il vescovo e la popolazione decisero di sistemarla in una grotta dello scoglio. Ma la statua era più alta. Perciò decisero di segarle i piedi. Al primo colpo di sega, però, le braccia del falegname si paralizzarono e il vescovo cadde a terra morto. Perciò venne costruito un piccolo tempio dove fu posta la statua della Madonna, che mostrò la propria generosità dispensando grazie e miracoli.

All' interno, il santuario, che dal 1066 è di proprietà e sotto la giurisdizione dell' Abbazia di Montecassino, presenta un unico altare con la Sacra Famiglia -perciò il santuario è detto anche di Santa Maria del Presepe-, e il 15 agosto si svolge la suggestiva Festa del mare durante la quale le statue della Vergine, di San Giuseppe e del Bambino vengono portate in processione sul mare su una barca seguita da natanti carichi di fedeli. Una festa che se rinnova la vocazione marinara della cittadina fa anche rivivere una storia ricca di avvenimenti e di religiosità popolare, di leggende e di fede.

 

 


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